la pagina dell'ambiente
L’80% dei laghi sono inquinati, il peggiore è Como
L’indagine di Legambiente porta nel 2011 un nuovo primato, stavolta davvero poco desiderabile, alla Lombardia. Nel rapporto di Goletta dei Laghi emerge come il maggior numero di punti critici per quanto riguarda l’inquinamento lacustre si trovi proprio nel territorio lombardo. Settentrione che in generale si presenta al vertice di questa speciale classifica, con numerose problematiche emerse anche nei laghi “Maggiore, “Como”, “Iseo” e “Garda”.
Maglia nera si conferma anche in quest’annata il Lago di Como, detentore del triste primato di ben 12 punti critici (una media di 1 ogni 14km di costa) e con livelli di batteri fecali anche oltre il doppio rispetto a quanto previsto dalla legge. Difficile anche la situazione nel Lago d’Iseo, dove 5 aree fortemente inquinate corrispondono a 1 ogni 12 km. Completa il terzetto il Lago di Garda, con 11 criticità equivalenti a 1 ogni 15 km.
La ricerca, alla quale ha collaborato anche il COOU (Consorzio Obbligatorio Oli Usati), ha riguardato sei regioni. Tra questa anche il Lazio, il cui Lago di Bolsena non è risultato esente da critiche, seppur di minore entità (solo 3 i tratti inquinati). Le cause di tale inquinamento però non riguardano soltanto la cattiva gestione dei comuni direttamente interessati, pur sottolineate nelrapporto, ma stando a quanto affermato dal presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza:
Ancora una volta il maggior numero di campioni risultati fuori legge sono stati prelevati alla foce di fiumi e torrenti, a conferma che i problemi per i laghi sono causati anche dagli scarichi dei comuni dell’entroterra. I Comuni rivieraschi risultano più sensibili al tema del rispetto dell’ecosistema di bacini chiusi, e quindi più delicati.
Maglia nera si conferma anche in quest’annata il Lago di Como, detentore del triste primato di ben 12 punti critici (una media di 1 ogni 14km di costa) e con livelli di batteri fecali anche oltre il doppio rispetto a quanto previsto dalla legge. Difficile anche la situazione nel Lago d’Iseo, dove 5 aree fortemente inquinate corrispondono a 1 ogni 12 km. Completa il terzetto il Lago di Garda, con 11 criticità equivalenti a 1 ogni 15 km.
La ricerca, alla quale ha collaborato anche il COOU (Consorzio Obbligatorio Oli Usati), ha riguardato sei regioni. Tra questa anche il Lazio, il cui Lago di Bolsena non è risultato esente da critiche, seppur di minore entità (solo 3 i tratti inquinati). Le cause di tale inquinamento però non riguardano soltanto la cattiva gestione dei comuni direttamente interessati, pur sottolineate nelrapporto, ma stando a quanto affermato dal presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza:
Ancora una volta il maggior numero di campioni risultati fuori legge sono stati prelevati alla foce di fiumi e torrenti, a conferma che i problemi per i laghi sono causati anche dagli scarichi dei comuni dell’entroterra. I Comuni rivieraschi risultano più sensibili al tema del rispetto dell’ecosistema di bacini chiusi, e quindi più delicati.
Scoperta numerosa comunità di gibboni ritenuti in via di estinzione
Scompiglia ogni nostro piano, è energia pura, incontrollabile, ma anche ecosistema delicatissimo e fragile: è la Natura, che sovente ci regala emozioni positive. Come la scoperta, nelle foreste del Vietnam, di una rarissima e, soprattutto, numerosa comunità di gibboni dalle guance bianche , una specie che si credeva ormai in via d’estinzione.
E’ stata Conservation International, organizzazione che dal 1987 studia, sostiene e promuove la biodiversità e la sostenibilità ambientale, a diffondere la notizia nei giorni scorsi: la scoperta è stata effettuata da un gruppo di scienziati che hanno studiato la presenza sonora degli animali. Una tecnica particolare che si basa sullo studio delle emissioni vocali dei primati, animali che comunicano con i loro simili ad alta voce, attraverso un “linguaggio” fatto di versi elaborati e prolungati. Proprio la raccolta e l’analisi di tutti questi campioni sonori, un lavoro durato oltre tre anni, ha permesso di stabilire il numero dei gibboni, circa 455, e i diversi gruppi di appartenenza, circa 130. Lontani dalla presenza umana, all’interno di una fitta foresta del Pu Mat National Park, area protetta al confine tra Laos e Vietnam, hanno potuto vivere e proliferare indisturbati.
Diffusi originariamente in Cina, Vietnam e Laos, l’esistenza di questi primati è fortemente minacciata dalla trasformazione dei territori da loro abitati e dalla drastica riduzione delle foreste, per far posto a strade e villaggi. Proprio a causa di questi fattori, si crede che ormai questo gibbone sia definitivamente scomparso dalla Cina e che sia destinato inesorabilmente all’estinzione anche nelle altre due zone. Oggi, però, la scoperta di questi esemplari dona qualcosa di più di una semplice speranza per la sopravvivenza della specie.A tale proposito, Russell A. Mittermeier, presidente di Conservation International e specialista di primati, ha commentato con giustificato entusiasmo: “Si tratta di una scoperta straordinaria, che evidenzia la grande importanza delle aree protette, spesso ultimo rifugio per una fauna selvatica ormai decimata”. Parchi naturali e aree protette, che devono essere conservati come non solo per gli animali che vi abitano, che siano a rischio di estinzione e non, ma anche per i benefici e la sopravvivenza delle persone che vi abitano.
(fonte: buonenotizie.it)
E’ stata Conservation International, organizzazione che dal 1987 studia, sostiene e promuove la biodiversità e la sostenibilità ambientale, a diffondere la notizia nei giorni scorsi: la scoperta è stata effettuata da un gruppo di scienziati che hanno studiato la presenza sonora degli animali. Una tecnica particolare che si basa sullo studio delle emissioni vocali dei primati, animali che comunicano con i loro simili ad alta voce, attraverso un “linguaggio” fatto di versi elaborati e prolungati. Proprio la raccolta e l’analisi di tutti questi campioni sonori, un lavoro durato oltre tre anni, ha permesso di stabilire il numero dei gibboni, circa 455, e i diversi gruppi di appartenenza, circa 130. Lontani dalla presenza umana, all’interno di una fitta foresta del Pu Mat National Park, area protetta al confine tra Laos e Vietnam, hanno potuto vivere e proliferare indisturbati.
Diffusi originariamente in Cina, Vietnam e Laos, l’esistenza di questi primati è fortemente minacciata dalla trasformazione dei territori da loro abitati e dalla drastica riduzione delle foreste, per far posto a strade e villaggi. Proprio a causa di questi fattori, si crede che ormai questo gibbone sia definitivamente scomparso dalla Cina e che sia destinato inesorabilmente all’estinzione anche nelle altre due zone. Oggi, però, la scoperta di questi esemplari dona qualcosa di più di una semplice speranza per la sopravvivenza della specie.A tale proposito, Russell A. Mittermeier, presidente di Conservation International e specialista di primati, ha commentato con giustificato entusiasmo: “Si tratta di una scoperta straordinaria, che evidenzia la grande importanza delle aree protette, spesso ultimo rifugio per una fauna selvatica ormai decimata”. Parchi naturali e aree protette, che devono essere conservati come non solo per gli animali che vi abitano, che siano a rischio di estinzione e non, ma anche per i benefici e la sopravvivenza delle persone che vi abitano.
(fonte: buonenotizie.it)
ISTAT: più rinnovabili e differenziata, meno PM10
Migliora la qualità dell’aria, aumenta l’uso del fotovoltaico e del termico sugli edifici comunali, e aumenta, seppur di poco, anche la raccoltadifferenziata: sono questi alcuni dei dati positivi contenuti nel rapporto ISTAT sugli Indicatori ambientali urbani relativi al 2010. Il report fotografa la situazione delle nostre città, analizzando parametri quali la qualità dell’aria, la percentuale dei rifiuti urbani e della raccolta differenziata, l’uso dell’acqua, l’attenzione all’ecocompatibilità, dimostrando che la situazione può e deve essere migliorata.
Diminuiscono le PM10: secondo i dati monitorati da apposite centraline, il numero medio dei giorni di superamento della soglia limite per la salute umana è stato pari a 44,6 giorni. Rispetto al dato del 2009, dove le giornate erano 54,1, la diminuzione è stata quindi del 17,5%. Un dato, però, che deve far registrare un’ulteriore diminuzione, se si vuole raggiungere la soglia dei 35 giorni imposta dall’Unione Europea. Complici di questo risultato positivo, secondo il rapporto ISTAT, sono stati i fattori meteo-climatici, ma anche la maggiore diffusione di auto meno inquinanti e la limitazione della circolazione in molti comuni, oltre le modifiche apportate dalle amministrazioni comunali alla viabilità urbana. Le città a far registrare le perfomance migliori nella diminuzione dei giorni di superamento dei limiti sono stateNapoli, dove le giornate in meno sono state 75, Bari con 38 giorni e Roma con 28 giornate in meno. Mentre le città più virtuose, cioè dove le 35 giornate annue non sono state raggiunte, sono Genova, Catania e Bari.
Aumenta l’uso di energia prodotta dalle fonte rinnovabili per le Amministrazioni italiane: secondo il dato ISTAT, l’aumento della potenza media dei pannelli fotovoltaici sugli edifici pubblici è stato del 114,9%, mentre il termico ha fatto registrare una crescita pari al 16,9%.
Un ulteriore aumento, anche se di poco, viene registrato dalla raccolta differenziata. Il dato 2010 è pari a 31,7%, in aumento di 1,4 punti percentuali sull’anno precedente.
Più attenzione, infine, anche al consumo di acqua: un parametro che, da nove anni consecutivi, registra un andamento in diminuzione. Nel 2010, la variazione è stata dell’ -1,9% rispetto all’anno precedente. La contrazione dei consumi di acqua testimonia una maggiore attenzione nell’utilizzo della risorsa idrica.
I dati pubblicati dall’ISTAT sono in linea con altri report presentati di recente. Le sfide per il prossimo anno – oltre al consolidamento degli obiettivi fino ad ora raggiunti – saranno relative all’inquinamento acustico, in sensibile aumento rispetto al 2009.
(fonte: buonenotizie.it)
Diminuiscono le PM10: secondo i dati monitorati da apposite centraline, il numero medio dei giorni di superamento della soglia limite per la salute umana è stato pari a 44,6 giorni. Rispetto al dato del 2009, dove le giornate erano 54,1, la diminuzione è stata quindi del 17,5%. Un dato, però, che deve far registrare un’ulteriore diminuzione, se si vuole raggiungere la soglia dei 35 giorni imposta dall’Unione Europea. Complici di questo risultato positivo, secondo il rapporto ISTAT, sono stati i fattori meteo-climatici, ma anche la maggiore diffusione di auto meno inquinanti e la limitazione della circolazione in molti comuni, oltre le modifiche apportate dalle amministrazioni comunali alla viabilità urbana. Le città a far registrare le perfomance migliori nella diminuzione dei giorni di superamento dei limiti sono stateNapoli, dove le giornate in meno sono state 75, Bari con 38 giorni e Roma con 28 giornate in meno. Mentre le città più virtuose, cioè dove le 35 giornate annue non sono state raggiunte, sono Genova, Catania e Bari.
Aumenta l’uso di energia prodotta dalle fonte rinnovabili per le Amministrazioni italiane: secondo il dato ISTAT, l’aumento della potenza media dei pannelli fotovoltaici sugli edifici pubblici è stato del 114,9%, mentre il termico ha fatto registrare una crescita pari al 16,9%.
Un ulteriore aumento, anche se di poco, viene registrato dalla raccolta differenziata. Il dato 2010 è pari a 31,7%, in aumento di 1,4 punti percentuali sull’anno precedente.
Più attenzione, infine, anche al consumo di acqua: un parametro che, da nove anni consecutivi, registra un andamento in diminuzione. Nel 2010, la variazione è stata dell’ -1,9% rispetto all’anno precedente. La contrazione dei consumi di acqua testimonia una maggiore attenzione nell’utilizzo della risorsa idrica.
I dati pubblicati dall’ISTAT sono in linea con altri report presentati di recente. Le sfide per il prossimo anno – oltre al consolidamento degli obiettivi fino ad ora raggiunti – saranno relative all’inquinamento acustico, in sensibile aumento rispetto al 2009.
(fonte: buonenotizie.it)
LAV contro Prestigiacomo: leggi più dure contro il bracconaggio
La caccia è da sempre uno degli argomenti più caldi quando si parla di diritti degli animali e rispetto dell’ambiente. Se per molti cacciatori si tratta di una tradizione che permette all’uomo di riscoprire il suo contatto con la natura, per molti animalisti non è che una barbarie da abolire o, per lo meno, da limitare fortemente.
E, dato l’innegabile danno creato alla biodiversità, di limiti legali ne esistono tanti; ma tanti sono anche coloro che decidono di cacciare infischiandosene. Quello del bracconaggio è, in effetti, una delle più gravi realtà che minacciano i boschi del nostro Paese.
Proprio le nuove regole su bracconaggio e caccia volute dal Ministro Stefania Prestigiacomo non convincono le associazioni ambientaliste e, in primo luogo, la LAV che ravvisa una diminuzione delle pene nei confronti di chi uccide lupi o orsi. Il Ministro si è comunque difeso:
Nessun allentamento delle tutele degli animali protetti è previsto nel testo, nessun alleggerimento di pene per i bracconieri. Appare fuori luogo poi il riferimento ad animali come gli orsi o i lupi che continuano a godere di una tutela di carattere speciale, prevista dalla normativa sulla caccia che resta pienamente in vigore e non è stata modificata dal provvedimento. Il provvedimento ha semmai ampliato le tutele prevedendo sanzioni penali per tutte quelle specie che, pur essendo riconosciute come protette nell’ambito di direttive europee, non erano esplicitamente indicate nella nostra normativa sulla caccia che riguarda solo alcune specie di mammiferi e uccelli. Siamo quindi in presenza non di una riduzione della difesa degli animali ma di un incremento della protezione che non può non emergere a una lettura attenta del testo normativo e che recepisce in pieno le indicazioni delle commissioni parlamentari.La LAV ha però notato come con il nuovo impianto normativo abbia creato una situazione di confusione. Infatti, proprio il reato “contro animali protetti” va a sovrapporsi al già esistente reato diuccisione di animali, ben più pesante e che rischia di non essere più tenuto in considerazione:Al ministro Prestigiacomo e ai suoi consiglieri sfugge il fatto che nel nostro ordinamento giuridico esiste da sette anni il reato di uccisione di animali previsto dall’articolo 544bis del codice penale il quale, grazie al suo decreto legislativo pubblicato il primo agosto in Gazzetta Ufficiale, rischia di non essere più applicato nei casi di uccisione di animali protetti, proprio come finora è stato fatto nei casi di bracconaggio a danno dell’orso.Insomma, orsi e lupi d’Italia siete avvertiti: da oggi potreste essere meno protetti.
(fonte: greenstyle.it)
E, dato l’innegabile danno creato alla biodiversità, di limiti legali ne esistono tanti; ma tanti sono anche coloro che decidono di cacciare infischiandosene. Quello del bracconaggio è, in effetti, una delle più gravi realtà che minacciano i boschi del nostro Paese.
Proprio le nuove regole su bracconaggio e caccia volute dal Ministro Stefania Prestigiacomo non convincono le associazioni ambientaliste e, in primo luogo, la LAV che ravvisa una diminuzione delle pene nei confronti di chi uccide lupi o orsi. Il Ministro si è comunque difeso:
Nessun allentamento delle tutele degli animali protetti è previsto nel testo, nessun alleggerimento di pene per i bracconieri. Appare fuori luogo poi il riferimento ad animali come gli orsi o i lupi che continuano a godere di una tutela di carattere speciale, prevista dalla normativa sulla caccia che resta pienamente in vigore e non è stata modificata dal provvedimento. Il provvedimento ha semmai ampliato le tutele prevedendo sanzioni penali per tutte quelle specie che, pur essendo riconosciute come protette nell’ambito di direttive europee, non erano esplicitamente indicate nella nostra normativa sulla caccia che riguarda solo alcune specie di mammiferi e uccelli. Siamo quindi in presenza non di una riduzione della difesa degli animali ma di un incremento della protezione che non può non emergere a una lettura attenta del testo normativo e che recepisce in pieno le indicazioni delle commissioni parlamentari.La LAV ha però notato come con il nuovo impianto normativo abbia creato una situazione di confusione. Infatti, proprio il reato “contro animali protetti” va a sovrapporsi al già esistente reato diuccisione di animali, ben più pesante e che rischia di non essere più tenuto in considerazione:Al ministro Prestigiacomo e ai suoi consiglieri sfugge il fatto che nel nostro ordinamento giuridico esiste da sette anni il reato di uccisione di animali previsto dall’articolo 544bis del codice penale il quale, grazie al suo decreto legislativo pubblicato il primo agosto in Gazzetta Ufficiale, rischia di non essere più applicato nei casi di uccisione di animali protetti, proprio come finora è stato fatto nei casi di bracconaggio a danno dell’orso.Insomma, orsi e lupi d’Italia siete avvertiti: da oggi potreste essere meno protetti.
(fonte: greenstyle.it)
Città italiane, in arrivo una legge per le aree verdi
Dovrebbe finalmente diventare reale, abbandonando il terreno dei “buoni
propositi” cui è stata fin’ora confinata, la politica del governo per un nuovo
rimboscamento urbano.
Se della legge che vorrebbe un albero piantato per ogni nuovo nato in
Italia se ne parla da tempo – così come della Giornata
dell’albero, istituita per il 21 novembre – il provvedimento ora in
esame a Montecitorio presente delle interessanti novità che potrebbero rendere
più “sostanziale” tutto il progetto.
Parliamo soprattutto dell’istituzione di Comitato per lo Sviluppo del verde pubblico.
Esso si preoccuperà di sorvegliare le politiche dei comuni, affiancando i
progetti più meritevoli. Inoltre, si farà garante della costruzioni di larghe
aree di verde nei nuovi quartieri e, in generale, all’interno dei perimetri
urbani.
Queste aree alberate intracittadine, insieme a vari interventi per aumentare
le aree verdi finanche nei palazzi (edere nelle facciate e giardini pensili) e
per ristrutturare le ville già esistenti, dovrebbero aiutare a ridurre la
quantità di CO2 rilasciata dai nostri grandi centri
abitati.
Una buona idea, che sarà davvero tale se, come detto, si passerà dalla
politica ambientale degli auspici a quella dei fatti.
propositi” cui è stata fin’ora confinata, la politica del governo per un nuovo
rimboscamento urbano.
Se della legge che vorrebbe un albero piantato per ogni nuovo nato in
Italia se ne parla da tempo – così come della Giornata
dell’albero, istituita per il 21 novembre – il provvedimento ora in
esame a Montecitorio presente delle interessanti novità che potrebbero rendere
più “sostanziale” tutto il progetto.
Parliamo soprattutto dell’istituzione di Comitato per lo Sviluppo del verde pubblico.
Esso si preoccuperà di sorvegliare le politiche dei comuni, affiancando i
progetti più meritevoli. Inoltre, si farà garante della costruzioni di larghe
aree di verde nei nuovi quartieri e, in generale, all’interno dei perimetri
urbani.
Queste aree alberate intracittadine, insieme a vari interventi per aumentare
le aree verdi finanche nei palazzi (edere nelle facciate e giardini pensili) e
per ristrutturare le ville già esistenti, dovrebbero aiutare a ridurre la
quantità di CO2 rilasciata dai nostri grandi centri
abitati.
Una buona idea, che sarà davvero tale se, come detto, si passerà dalla
politica ambientale degli auspici a quella dei fatti.
Norvegia, la spazzatura si vende al supermercato
La raccolta differenziata è sicuramente un metodo per favorire
il riciclo di materiali come plastica, alluminio e carta, ma in
molte regioni d’Italia è ancora lontana dall’essere recepita. L’esempio tipico è
la condizione d’emergenza della Campania, e in particolare del capoluogo Napoli, dove il problema rifiuti
ha raggiunto la soglia di vero attentato per la salute dei cittadini. Fra le
cause, oltre alla connivenza della camorra nella gestione degli impianti di
smaltimento, proprio l’assenza della cultura della differenziazione.
Ed è proprio un gruppo di utenti partenopei che mostra come la
situazione sia totalmente differente ben oltre i confini dello Stivale,
precisamente in Norvegia. Nel freddo nord del mondo, infatti,
la spazzatura assume un valore non solo morale, ma anche
tangibile: è infatti acquistata all’interno dei supermercati.
Un video pubblicato su YouTube lo dimostra chiaramente: un
macchinario installato in ogni catena di grande distribuzione, una sorta di
distributore automatico, accoglie bottiglie, plastica e lattine attraverso un
rullo trasportatore. Per ogni rifiuto inserito, un display mostra l’importo
guadagnato che verrà immediatamente scontato sulla spesa. Le
cifre non sono di poco conto: l’esperimento mostrato in Rete ha portato a un
bonus di oltre 6 euro, cifra che nel Bel Paese non è invece prevista. E non è
tutto: chi conserva i tappi delle bottiglie di bibite e bevande, ne può ricevere
una in omaggio per il proprio impegno.
il riciclo di materiali come plastica, alluminio e carta, ma in
molte regioni d’Italia è ancora lontana dall’essere recepita. L’esempio tipico è
la condizione d’emergenza della Campania, e in particolare del capoluogo Napoli, dove il problema rifiuti
ha raggiunto la soglia di vero attentato per la salute dei cittadini. Fra le
cause, oltre alla connivenza della camorra nella gestione degli impianti di
smaltimento, proprio l’assenza della cultura della differenziazione.
Ed è proprio un gruppo di utenti partenopei che mostra come la
situazione sia totalmente differente ben oltre i confini dello Stivale,
precisamente in Norvegia. Nel freddo nord del mondo, infatti,
la spazzatura assume un valore non solo morale, ma anche
tangibile: è infatti acquistata all’interno dei supermercati.
Un video pubblicato su YouTube lo dimostra chiaramente: un
macchinario installato in ogni catena di grande distribuzione, una sorta di
distributore automatico, accoglie bottiglie, plastica e lattine attraverso un
rullo trasportatore. Per ogni rifiuto inserito, un display mostra l’importo
guadagnato che verrà immediatamente scontato sulla spesa. Le
cifre non sono di poco conto: l’esperimento mostrato in Rete ha portato a un
bonus di oltre 6 euro, cifra che nel Bel Paese non è invece prevista. E non è
tutto: chi conserva i tappi delle bottiglie di bibite e bevande, ne può ricevere
una in omaggio per il proprio impegno.
Stop alla pesca nell’Adriatico: fermo biologico per 2 mesi
Parte da agosto il fermo biologico di due mesi nel
mare Adriatico, una misura che quest’anno ha praticamente
raddoppiato la sua durata rispetto ai classici trenta giorni durante i quali
viene dato lo stop alla pesca per evitare l’eccessivo sfruttamento delle risorse
ittiche.
Le operazioni di pesca potranno quindi riprendere a ottobre, ma anche in quel
caso, entro un periodo di due mesi dalla ripresa delle attività, non si potrà
pescare il venerdì, il sabato, la domenica e i festivi. L’obiettivo è ovviamente
quello di favorire il ripopolamento ittico nell’Adriatico, oltre a
cercare di dare una mano alle marinerie italiane che rischiano di entrare in
grosse difficoltà a causa del costante calo di specie pescate, che nei primi sei
mesi del 2011 ha visto un calo del 50%.
Il provvedimento è stato sostenuto da Coldiretti
ImpresaPesca, che ha spiegato come:
I primi sei mesi dell’anno hanno visto il dimezzamento (-50%) del pescato in
Italia, mentre sono aumentate le importazioni di pesce e preparazioni di pesce,
che a gennaio-aprile hanno segnato un boom in valore (+16%). La ripartenza sarà
graduale per evitare un depauperamento veloce delle risorse, vanificando gli
effetti positivi della pausa sulla flotta nazionale.
Con il fermo biologico si riapre però il risarcimento alle aziende e ai lavoratori
del settore ittico, come fatto rilevare da Simone Cecchettini,
responsabile marchigiano di Lega Pesca:
Chiediamo che il ministero se voglia dare una risposta, nei tempi più rapidi
possibili, alla nostra richiesta di indennità per le nostre imprese di pesca,
così come si mette in moto immediatamente la cassa integrazione per i lavoratori
imbarcati.
Dopo la conclusione dello stop alla pesca nel mare Adriatico
il provvedimento scatterà anche nello Ionio e nel Tirreno, dove dovrebbe
concludersi il 29 ottobre.
mare Adriatico, una misura che quest’anno ha praticamente
raddoppiato la sua durata rispetto ai classici trenta giorni durante i quali
viene dato lo stop alla pesca per evitare l’eccessivo sfruttamento delle risorse
ittiche.
Le operazioni di pesca potranno quindi riprendere a ottobre, ma anche in quel
caso, entro un periodo di due mesi dalla ripresa delle attività, non si potrà
pescare il venerdì, il sabato, la domenica e i festivi. L’obiettivo è ovviamente
quello di favorire il ripopolamento ittico nell’Adriatico, oltre a
cercare di dare una mano alle marinerie italiane che rischiano di entrare in
grosse difficoltà a causa del costante calo di specie pescate, che nei primi sei
mesi del 2011 ha visto un calo del 50%.
Il provvedimento è stato sostenuto da Coldiretti
ImpresaPesca, che ha spiegato come:
I primi sei mesi dell’anno hanno visto il dimezzamento (-50%) del pescato in
Italia, mentre sono aumentate le importazioni di pesce e preparazioni di pesce,
che a gennaio-aprile hanno segnato un boom in valore (+16%). La ripartenza sarà
graduale per evitare un depauperamento veloce delle risorse, vanificando gli
effetti positivi della pausa sulla flotta nazionale.
Con il fermo biologico si riapre però il risarcimento alle aziende e ai lavoratori
del settore ittico, come fatto rilevare da Simone Cecchettini,
responsabile marchigiano di Lega Pesca:
Chiediamo che il ministero se voglia dare una risposta, nei tempi più rapidi
possibili, alla nostra richiesta di indennità per le nostre imprese di pesca,
così come si mette in moto immediatamente la cassa integrazione per i lavoratori
imbarcati.
Dopo la conclusione dello stop alla pesca nel mare Adriatico
il provvedimento scatterà anche nello Ionio e nel Tirreno, dove dovrebbe
concludersi il 29 ottobre.
Detersivi, meglio quelli ecologici e “fai da te”
È possibile coniugare igiene della casa e rispetto dell’ambiente, magari strizzando l’occhio al portafogli? Certo che sì: basta ricorrere ai detersivi ecologici, possibilmente “fai da te”. Alleati preziosi per detergere, sgrassare e disinfettare senza usare prodotti altamente inquinanti e pericolosi per la salute.
La natura, infatti, offre tanti preziosi (ma economici) alleati per risolvere quasi tutti i problemi di pulizia della casa senza dover ricorrere a sostanze che, oltre a essere fortemente nocive per i corsi d’acqua, il suolo, la fauna e la flora, sono spesso dei veri e propri veleni, dannosi per la pelle, gli occhi e le mucose.
Per lavare i vetri e gli specchi, ad esempio, basta una miscela di acqua e aceto, da asciugare poi con un panno in microfibra o con il classico foglio di giornale. Il risultato è assicurato: oltre a rimuovere macchie e impronte, il “pulivetro” fatto in casa assicura una lucidatura ottimale. Il limone, invece, con le sue proprietà disinfettanti e anti-odore, può essere utilizzato per preparare un efficace ed ecologico detersivo per i piatti, in associazione con acqua, aceto bianco e sale grosso.
Anche contro il calcare esiste un rimedio fai da te molto meno inquinante dei prodotti chimici in commercio. Basta infatti mescolare una parte di acqua con tre parti di bicarbonato, per ottenere così una soluzione efficace anche per rimuovere gli ossidi da alcuni tipi di metallo, a cominciare dall’argento.
Il bicarbonato, inoltre, può essere utilizzato anche, applicato su un panno umido, per la pulizia del forno, oppure, eventualmente associato con la soda, per rimuovere gli ingorghi nello scarico del lavandino. L’importante è non mescolarlo con aceto o altre sostanze acide: avendo il bicarbonato proprietà basiche, la reazione di neutralizzazione tra i due prodotti finirebbe con l’annullare le proprietà detergenti.
Se poi siete amanti dei deodoranti per ambienti e dei profumatori per biancheria, cosa c’è di meglio di un potpourri di fiori secchi fatto in casa? In inverno, inoltre, è sufficiente lasciare le scorze di arance e limoni sui termosifoni accesi perché di diffonda nell’aria un gradevole aroma di agrumi.
E per i più pigri, niente paura: in commercio esistono ormai moltissimi prodotti, accessibili a tutte le tasche, a basso impatto sull’ambiente, con una ridotta concentrazione di tensioattivi (sostanze molto pericolose per gli ecosistemi acquatici) e di altri composti inquinanti. Per non sbagliare, è importante leggere con attenzione le etichette presenti sulle confezioni, privilegiando, se possibile, i prodotti che espongono marchi di qualità come Ecolabel.
Usare quantità limitate di detergenti, inoltre, è un ulteriore accorgimento per limitare i danni su acqua, flora e fauna (oltre che sulla pelle e sulle tubature). E per ridurre ancora di più l’impatto ambientale è importante scegliere detersivi alla spina, che limitano la produzione di rifiuti da imballaggio.
La natura, infatti, offre tanti preziosi (ma economici) alleati per risolvere quasi tutti i problemi di pulizia della casa senza dover ricorrere a sostanze che, oltre a essere fortemente nocive per i corsi d’acqua, il suolo, la fauna e la flora, sono spesso dei veri e propri veleni, dannosi per la pelle, gli occhi e le mucose.
Per lavare i vetri e gli specchi, ad esempio, basta una miscela di acqua e aceto, da asciugare poi con un panno in microfibra o con il classico foglio di giornale. Il risultato è assicurato: oltre a rimuovere macchie e impronte, il “pulivetro” fatto in casa assicura una lucidatura ottimale. Il limone, invece, con le sue proprietà disinfettanti e anti-odore, può essere utilizzato per preparare un efficace ed ecologico detersivo per i piatti, in associazione con acqua, aceto bianco e sale grosso.
Anche contro il calcare esiste un rimedio fai da te molto meno inquinante dei prodotti chimici in commercio. Basta infatti mescolare una parte di acqua con tre parti di bicarbonato, per ottenere così una soluzione efficace anche per rimuovere gli ossidi da alcuni tipi di metallo, a cominciare dall’argento.
Il bicarbonato, inoltre, può essere utilizzato anche, applicato su un panno umido, per la pulizia del forno, oppure, eventualmente associato con la soda, per rimuovere gli ingorghi nello scarico del lavandino. L’importante è non mescolarlo con aceto o altre sostanze acide: avendo il bicarbonato proprietà basiche, la reazione di neutralizzazione tra i due prodotti finirebbe con l’annullare le proprietà detergenti.
Se poi siete amanti dei deodoranti per ambienti e dei profumatori per biancheria, cosa c’è di meglio di un potpourri di fiori secchi fatto in casa? In inverno, inoltre, è sufficiente lasciare le scorze di arance e limoni sui termosifoni accesi perché di diffonda nell’aria un gradevole aroma di agrumi.
E per i più pigri, niente paura: in commercio esistono ormai moltissimi prodotti, accessibili a tutte le tasche, a basso impatto sull’ambiente, con una ridotta concentrazione di tensioattivi (sostanze molto pericolose per gli ecosistemi acquatici) e di altri composti inquinanti. Per non sbagliare, è importante leggere con attenzione le etichette presenti sulle confezioni, privilegiando, se possibile, i prodotti che espongono marchi di qualità come Ecolabel.
Usare quantità limitate di detergenti, inoltre, è un ulteriore accorgimento per limitare i danni su acqua, flora e fauna (oltre che sulla pelle e sulle tubature). E per ridurre ancora di più l’impatto ambientale è importante scegliere detersivi alla spina, che limitano la produzione di rifiuti da imballaggio.
Minieolico, le caratteristiche
Non solo fotovoltaico per le rinnovabili in Italia. In un periodo in cui ricorrere alle energie pulite sta diventando un’esigenza a livello internazionale (si vedano le richieste Ue agli stati membri), la nuova frontiera della “green energy” potrebbe chiamarsi Minieolico. Come già si capisce dal nome, alla base di questa tecnologia c’è lo stesso concetto su cui si basa l’eolico industriale.
Quali differenze allora tra i due? La prima e più ovvia è quella delle dimensioni, ridotte e maggiormente adatta a un utilizzo “privato” per il minieolico: per il modello diffuso da un’azienda torinese si parla di un diametro delle pale di circa 3 metri, il cui motore poggia su un palo alto 6. Collocabile quindi persino in un giardino mediamente grande. Le misure possono variare, ma rimanendo in ogni caso al di sotto dei 30 metri di altezza tipici degli impianti industriali.
Detto questo, andiamo ora a prendere in considerazione aspetti un po’ più tecnici che si celano dietro a questa sembrerebbe straordinaria novità. Inoltre andremo anche a valutare quanto e soprattutto quando sia oppurtuno scegliere questa tecnologia per la propria casa. Anche in questo caso vale il solito principio: un vero vantaggio si ottiene scegliendo la misura giusta per sé, nulla di più e nulla di meno.
Il funzionamento come dicevamo poco sopra è in linea con quello dell’eolico industriale, con un’altra piccola differenza legata al vento. La struttura del minieolico, più leggera rispetto alla “sorella grande”, permette di utilizzarla anche in momenti di intensità ventosa ridotta. Questo assicura maggiore costanza nella produzione energetica e minore necessità di alimentazione elettrica di sostegno, comunque consigliata per essere pronti in caso di ogni evenienza. Questa può essere ugualmente rinnovabile, il fotovoltaico ad esempio.
Gli impianti di minieolico, con dimensioni quindi contenute, possono produrre energia fino a 3 KW e perciò più che sufficienti per un uso domestico medio. Sono costituiti da un aerogeneratore ad asse orizzontale (come per l’eolico di grande taglia) o verticale, quest’ultima una loro personale esclusiva. L’asse verticale in particolare permette di “catturare” più vento anche ad altezze ridotte, dove spesso è mutevole e soggetto a repentini cambi direzionali.
Orientare le pale verso l’alto permette inoltre di poter posizionare l’impianto anche sopra i tetti, consentendone una maggiore diffusione a fronte di un minor impatto in termini di spazi occupati. Nella più tradizionale versione orizzontale invece, una banderuola consente all’aerogeneratore di orientarsi automaticamente nella direzione giusta.
Le diverse tipologie non si esauriscono qui, essendo possibile ricorrere a modelli collegati alla normale rete elettrica o dotati di batterie autonome. La versione con accumulatori consente di caricarli di energia e di gestirla quando serve. Costa mediamente intorno ai 4.700 euro per un impianto capace di fornire un potenziale di 3 KW.
Spendendo qualcosa in meno, 3.500 euro circa, si può avere invece il modello allacciabile alla rete elettrica. L’energia in questo caso sarà fruita direttamente (consigliabile quindi un sistema di supporto) e quella prodotta in eccesso potrà essere venduta al gestore secondo i normali prezzi vigenti. Considerando questo aspetto, qualcuno potrà “fiutare” l’ipotesi di un’attività volta alla produzione di elettricità.
Possibile, vediamo intanto in quanto tempo è necessario per rientrare dell’investimento attraverso il risparmio sulla bolletta. Le cifre sono puramente indicative, essendo variabili a seconda dell’intensità e della frequenza del vento. Acquistando il modello con collegamento alla rete elettrica si va da un minimo di 2 anni e mezzo a un massimo di 12. Scegliendo il modello a batteria invece il periodo oscilla tra i 3 anni e i 16. Questo non tenendo conto di eventuali incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili.
Quali differenze allora tra i due? La prima e più ovvia è quella delle dimensioni, ridotte e maggiormente adatta a un utilizzo “privato” per il minieolico: per il modello diffuso da un’azienda torinese si parla di un diametro delle pale di circa 3 metri, il cui motore poggia su un palo alto 6. Collocabile quindi persino in un giardino mediamente grande. Le misure possono variare, ma rimanendo in ogni caso al di sotto dei 30 metri di altezza tipici degli impianti industriali.
Detto questo, andiamo ora a prendere in considerazione aspetti un po’ più tecnici che si celano dietro a questa sembrerebbe straordinaria novità. Inoltre andremo anche a valutare quanto e soprattutto quando sia oppurtuno scegliere questa tecnologia per la propria casa. Anche in questo caso vale il solito principio: un vero vantaggio si ottiene scegliendo la misura giusta per sé, nulla di più e nulla di meno.
Il funzionamento come dicevamo poco sopra è in linea con quello dell’eolico industriale, con un’altra piccola differenza legata al vento. La struttura del minieolico, più leggera rispetto alla “sorella grande”, permette di utilizzarla anche in momenti di intensità ventosa ridotta. Questo assicura maggiore costanza nella produzione energetica e minore necessità di alimentazione elettrica di sostegno, comunque consigliata per essere pronti in caso di ogni evenienza. Questa può essere ugualmente rinnovabile, il fotovoltaico ad esempio.
Gli impianti di minieolico, con dimensioni quindi contenute, possono produrre energia fino a 3 KW e perciò più che sufficienti per un uso domestico medio. Sono costituiti da un aerogeneratore ad asse orizzontale (come per l’eolico di grande taglia) o verticale, quest’ultima una loro personale esclusiva. L’asse verticale in particolare permette di “catturare” più vento anche ad altezze ridotte, dove spesso è mutevole e soggetto a repentini cambi direzionali.
Orientare le pale verso l’alto permette inoltre di poter posizionare l’impianto anche sopra i tetti, consentendone una maggiore diffusione a fronte di un minor impatto in termini di spazi occupati. Nella più tradizionale versione orizzontale invece, una banderuola consente all’aerogeneratore di orientarsi automaticamente nella direzione giusta.
Le diverse tipologie non si esauriscono qui, essendo possibile ricorrere a modelli collegati alla normale rete elettrica o dotati di batterie autonome. La versione con accumulatori consente di caricarli di energia e di gestirla quando serve. Costa mediamente intorno ai 4.700 euro per un impianto capace di fornire un potenziale di 3 KW.
Spendendo qualcosa in meno, 3.500 euro circa, si può avere invece il modello allacciabile alla rete elettrica. L’energia in questo caso sarà fruita direttamente (consigliabile quindi un sistema di supporto) e quella prodotta in eccesso potrà essere venduta al gestore secondo i normali prezzi vigenti. Considerando questo aspetto, qualcuno potrà “fiutare” l’ipotesi di un’attività volta alla produzione di elettricità.
Possibile, vediamo intanto in quanto tempo è necessario per rientrare dell’investimento attraverso il risparmio sulla bolletta. Le cifre sono puramente indicative, essendo variabili a seconda dell’intensità e della frequenza del vento. Acquistando il modello con collegamento alla rete elettrica si va da un minimo di 2 anni e mezzo a un massimo di 12. Scegliendo il modello a batteria invece il periodo oscilla tra i 3 anni e i 16. Questo non tenendo conto di eventuali incentivi alla produzione di energia da fonti rinnovabili.
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